Crisi dell’Avvocatura e crisi dello Stato

Avevo da poco superato i venticinque anni quando, assolti gli obblighi della leva, non avendo natali togati e giuste conoscenze, mi sono affacciato alla professione forense chiedendo a qualche avvocato, che per un motivo o l’altro conoscevo, se avessi potuto essere ospitato per la pratica forense. In uno dei tre colloqui che seguirono, un noto avvocato barese, figlio di avvocati e padre di avvocati, mi parlò di crisi dell’avvocatura al punto tale da indurmi a pensare che il suo studio, di lì a poco, avrebbe chiuso i battenti.

Come potrete ben capire, il suo discorso non era incentrato su una vera e propria crisi dell’avvocatura quanto sulla crisi economica dell’attività avvocatesca, cioè sulla contrazione degli incassi.

Il canuto avvocato non aveva colto che mi avvicinavo alla professione forense non per lucro, quanto per passione rispetto alla politica che è  diritto ed al ruolo che pensavo l’avvocato aveva, o potesse avere, nella società.

Il fato volle che altri due titolari di studi legali accettarono la mia richiesta ed ebbi così una possibilità di scelta.

Questo preambolo mi sembra calzi col tema della “crisi dell’avvocatura” ripetutamente dibattuto. L’avvocatura è in crisi? Di quale crisi parliamo? Di quella economica o di quella etica, morale, funzionale?

La vera crisi dell’Avvocatura non può essere quella economica se non indirettamente e conseguentemente a quanto accade nella nostra società.  E’ sotto gli occhi di tutti come questa parte di mondo “occidentale”, cioé l’Europa e l’Italia, abbia deciso di smantellare lo Stato sociale, sorto tra le due guerre, nell’illusione di concorrere con chi produce ed immette sul mercato innumerevoli prodotti realizzati a basso costo e a scapito di quelli che noi e solo noi riteniamo essere elementari diritti dei lavoratori. Le vittime di tale scelta politica turbo-capitalista, società ed aziende, sono sul campo. Strangolate dalla pesante pressione fiscale, chi ha potuto ha dovuto delocalizzare, non tanto per evadere il fisco quanto per sopravvivere, desertificando così un tessuto sociale ed economico del quale l’avvocato è parte. Se l’economia della società è in caduta libera, e lo è, se i nostri clienti arrancano, se gli imprenditori chiudono come come potremmo noi uscirne indenni?

Questa però non è la crisi dell’avvocatura, o meglio, non l’unica che la affligge. La crisi dell’avvocatura, quella vera, è riconducibile ad una crisi d’identità dell’Avvocato che, gravato di una storia di plurimillenaria civiltà, di fatto non sa dove e come collocarsi in una società in forte e veloce trasformazione, anche e soprattutto nelle sue Istituzioni. La crisi dell’avvocatura è conseguente alla crisi delle Istituzioni sempre meno impegnate nella progettazione politica, nella conduzione del Paese, e sempre più esautorate dall’aggressivo avanzare di prerogative privatistiche.

Questi profondi cambiamenti, che hanno la loro massima manifestazione nella continua abdicazione dello Stato in favore di entità sovranazionali non rappresentative e rispondenti alle sole regole finanziarie, non potevano non coinvolgere anche il sistema giustizia, e con esso l’avvocatura, alla stregua di quanto accade nel comparto della sanità.

La fine dell’avvocatura, quale arte liberale, è dettata proprio dall’inarrestabile caduta della professione verso il mercato, dalla tendenza in atto a spingere le migliaia di iscritti agli albi nell’arena di una concorrenza sleale senza esclusione di colpi, dal tollerare contratti al ribasso e prestazioni dell’attività professionale nell’ambito di società di servizi nei cui confronti, comunque vada, i professionisti assumono obblighi, nel prevedere certificazioni elargite da enti privati, ecc.

Eppure si parla, o ci piace parlare ancora dell’avvocatura come arte liberale; ma come si concilia, ad esempio, la contribuzione minima con la liberalità stessa della professione. Mi si dirà che il minimo contributivo garantisce poi tutta una serie di servizi, vero! Ma sempre a scapito della liberalità della professione che dovrebbe consentire al professionista, qualsiasi sia la sua condizione economica, di essere libero di accettare o di rifiutare gli incarichi e non di essere costretto ad assumerli per poi poter pagare Cassa Forense. Il minimo contributivo di Cassa Forense automaticamente comporta l’obbligo di reddito minimo che ne giustifichi il pagamento. E non mi si dica che l’avvocato deve disporre di sostanze sufficienti per far fronte a tanto, altrimenti l’accesso sarebbe discriminante e correlato al censo e quindi antidemocratico; in tal caso perché non richiedere per l’iscrizione all’albo anche una bella fideiussione bancaria?

Se anche lo Stato, che amministra la Giustizia, è oggi soggetto al codice fiscale, tutto è ridotto a merce di scambio e noi, insieme ai magistrati, siamo semplici operatori commerciali.

Paolo Scagliarini

 

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