Il 25 novembre di ogni anno si celebra la “Giornata Internazionale per la eliminazione della violenza contro le donne” e come ogni anno non sono mancati anche questa volta eventi che hanno dato rilievo a questa giornata che, anno dopo anno, entra sempre di più nella coscienza collettiva e di questo non si può che essere orgogliosi, ma il cammino è ancora lungo e la strada è ancora tanta da fare.
Il fenomeno della violenza sulle donne negli ultimi anni si è molto diffuso perché, ormai, le donne – o quantomeno alcune donne – hanno dimostrato – anche pagando con la propria vita – di non voler più rimanere nell’ombra, a casa, senza lavoro, senza diritti e senza futuro e questa grande rivoluzione femminile ha, in buona sostanza, sovvertito i ruoli e spiazzato molti uomini, quelli stessi uomini che dicevano e dicono di amarle, i quali non hanno saputo e non sanno fare altro che reagire a questo cambiamento attraverso la violenza.
Tutti gli episodi di violenza sulle donne agiti dai propri mariti, dai propri compagni, dai propri ex sono proprio frutto di una reazione avverso un processo di emancipazione femminile che, ormai, non potrà e non dovrà più arrestarsi tanto che i “femminicidi” – almeno in Italia e secondo le statistiche – sono più frequenti in quei contesti caratterizzati da una maggiore emancipazione femminile specie economica e in cui la cultura patriarcale è ancora particolarmente radicata.
Quello che le donne hanno intrapreso è un viaggio verso la libertà di amare, di lavorare, di fare figli o di non farli, di scegliere, di dire no ad un rapporto non desiderato.
La violenza non è solo quella fisica, molte donne, purtroppo, subiscono prima di quella materiale delle botte, una violenza invisibile e silenziosa come quella economica che non ha le sembianze della forza, ma è più sottile e subdola, la quale si consuma nel persuadere la “donna” ovvero la “madre” a smettere di lavorare dopo aver avuto un figlio, perché nella cultura patriarcale lo stipendio dell’uomo è il principale, mentre quello della donna è secondario o di supporto, dato che la cura della casa e della prole “compete” alla donna.
Anzi, in alcuni casi se lo stipendio del marito è molto alto, si dice che “non è necessario che la donna vada a lavorare” ovvero che “se lo stipendio della moglie deve servire a pagare una baby sitter o l’asilo nido, tanto vale che “te lo cresci tu”.
Tutti questi e ve ne sono altri sono stereotipi di genere!
La realtà è che se la donna intende andare o continuare ad andare a lavorare pur avendo un figlio ed una casa da pulire, la maggior parte delle volte sceglie di lavorare part – time in modo da avere “più tempo” da dedicare “alla casa e ai figli” e questo, a catena, determina e favorisce quel “gender gap” (divario di genere) nei salari, ma anche di opportunità di lavoro che, ancora una volta, spesso e volentieri, vengono negate alle donne, le quali preferiscono sacrificare il proprio lavoro e la propria carriera magari per favorire quella del proprio compagno e, in pochissimi casi, accade il contrario.
Oggi donne che si ribellano a questi stereotipi culturali ce ne sono e sono tante, le quali – a volte e purtroppo – vengono giudicate anche per questo da quelle stesse donne che, invece, sono intrise di cultura patriarcale che hanno ricevuto sin dalla nascita e a cui si sono talmente assuefatte da convincersi che quel modello di donna sottomessa e dipendente dall’uomo sia l’unico modello di “famiglia normale”.
La legge, a parere di chi scrive, non aiuta perché prevedere come è stato fatto negli ultimi anni forse decenni fiumi di “aiuti alle mamme” e di “contributi per i figli” non ha fatto altro che favorire il non rientro delle donne nel mondo del lavoro dopo la maternità o a causa della maternità e di questo bisogna prendere atto, ovvero che si è trattato di un fallimento del sistema legislativo.
Non vi sono nel nostro paese delle vere ed efficaci politiche delle “pari opportunità” perché la dignità che discende dall’avere un lavoro e dall’avere un salario proprio non potrà mai essere compensato da aiuti, contributi o sussidi che dir si voglia, in quanto non poter essere indipendenti, il dover chiedere denaro all’uomo che “porta il pane a casa” e il non avere a disposizione propria moneta non è una situazione “normale”, anzi essa genera una forma di violenza psicologica.
Diciamo no alla violenza sulle donne in tutte le sue forme e facciamo in modo che il faro non resti acceso solo il 25 novembre o il giorno della festa della donna l’8 marzo, altrimenti quella rivoluzione femminile ormai e per fortuna già in atto tarderà a realizzarsi pienamente quando, invece, occorre che essa si compia al più presto.
Noi ci siamo!
Eugenia Acquafredda
